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Canne, trecciati, monofili - 13/03/2004

di Sabino Civita

 

Molto spesso, quando si acquista (o si mette insieme quel che già abbiamo in casa) dell’attrezzatura da pesca, il primo pensiero va all’accoppiamento canna-mulinello. Più che giusto. Una buona bilanciatura dimensionale degli attrezzi primari di pesca è sempre una buona regola, anche nel ledgering che, a dire il vero, in quanto pesca “statica” sopporta le disarmonie un po’ meglio di altre tecniche, come ad esempio lo spinning. Mettere un mulinello da quattro etti su una winkle-picker da canale di tre metri leggera come un fuscello non pregiudica l’azione di pesca, è solo un inutile eccesso. Peggio sarebbe usare un mulinellino classe 2000 da spinning su una power feeder da 5 once di casting, ma un minimo di “occhio” in questo caso ce l’hanno proprio tutti.

Fatta quest’accoppiata, sembrerebbe che il gioco sia fatto. Chi ama il monofilo mette in bobina la sua marca di nylon preferita, altri impiegano il braided del libbraggio più opportuno.

In realtà ill problema sorge quando non si considera il fatto, banale ma non per questo meno importante, che il tipo di filo scelto non “funziona” solo nel mulinello, ma ha notevoli ripercussioni anche sul tipo di canna che stiamo usando, o meglio: il tipo di azione della canna, soprattutto nei momenti topici della ferrata e delle ultime fasi di combattimento, sottoriva, quando stiamo cercando di guadinare il pesce, e a maggior ragione se il pesce è di taglia, avrà effetti differenti a seconda se usiamo un trecciato - virtualmente senza allungamento - o un monofilo, quest’ultimo decisamente più elastico - o viceversa, ovvero la canna si deve adattare al tipo di filo che vogliamo adoperare. Proviamo a chiarirci le idee.

Rigido vs elastico

Il trecciato è rigido, senza memoria meccanica, molto robusto, molto costoso se veramente buono; il monofilo è elastico, poco visibile, ha “la memoria” e costa in genere meno di un filo braided. Vediamo però cosa succede quando ferriamo su una tocca del pesce

I tip si muove, noi, canna in mano ferriamo prontamente. Il monofilo si allunga un po’, ammortizza il nostro colpo, a volte perdonando ferrate troppo secche se peschiamo a breve distanza, ritardandole un pochino quando peschiamo (molto) distanti da riva; il trecciato è come un’estensione della canna, ci fa sentire ogni minima reazione del pesce, diretto, ottimo quindi per le distanze maggiori - però, se peschiamo corto e con finali sottili rischiamo, su una ferrata troppo secca, di lasciare l’amo in bocca al pesce strappando il finale per mancanza di ammortizzazione.

Vediamo ora cosa succede al momento del guadinamento, col pesce sottoriva nelle ultime fasi del combattimento.

Abbiamo il guadino in una mano e nell’altra la canna praticamente verticale, appena inclinata in avanti - mai farle assumere un angolo negativo.

Il monofilo, che è sempre elastico quanto lo era prima, aggiunge il suo effetto ammortizzante a quel poco che rimane di quello della canna nella sua posizione più critica (quasi verticale); il trecciato, anelastico, affida alla bontà dell’azione della canna tutto l’onere di parare le ultime sfuriate del pesce, offrendo in cambio il suo maggior carico di rottura.

C’è un’altra variabile, nella fase del guadinamento del pesce, che bisogna poi tenere in considerazione: il terminale. Se usiamo il monofilo nel mulinello e per il finale, normalmente il terminale - per quanto di migliore qualità di quello che abbiamo in bobina - avrà un carico di rottura reale minore (anche se di poco) della madre lenza o dello shock leader – e teniamo anche conto del nodo dell’amo, della maggiore sollecitazione in quanto tratto terminale e dei possibili piccoli danni che il finale stesso può essersi procurato toccando ostacoli del fondo durante il combattimento.

Con un trecciato in bobina, con la canna che lavora nel suo momento più critico, il terminale in nylon dovrà assorbire molta più forza che con il monofilo come madre lenza, rischiando maggiormante di rompersi. Oppure, se usiamo il trecciato anche come terminale, normalmente con l’esca presentata su un hair-rig, il finale avrà molte meno probabilità di rompersi – rischiando però di strappare la bocca del pesce che quindi potrebbe slamarsi.

Che si fa?

E allora, non c’è scampo in questa ridda di variabili e possibilità? No, ovviamente, tutti andiamo a pescare e tutti portiamo a riva i pesci, senza troppe dissertazioni tecniche o filosofiche, quella che ho appena fatto è chiaramente una estremizzazione. Ma l’estremizzazione è quella che ci coglie impreparati quando dall’altra parte della lenza c’è il pesce davvero gosso.

Quindi, in quei frangenti, tocca alla canna fare quello che il monofilo o il trecciato non possono fare. Io personalmente, dopo una brutta esperienza con due carpe decisamente belle, una slamata e una che ha rotto il finale, tutto nella stessa battuta, uso trecciati e monofili a seconda della canna che voglio adoperare.

Se la canna ha un fusto, nella parte appena sopra l’impugnatura, che lavora poco e solo sotto grandi trazioni, veramente tosto da curvare, indipendentemente dal test-curve o dalla potenza dichiarata, metto monofilo in bobina per mitigare il nerbo della canna con l'elasticità del nylon – ma è un tipo di canne che uso poco, e solo se devo lanciare veramente lontano. Se invece la canna sotto trazione “lavora tutta”  e lo fa progressivamente (senza essere una mollacciona), allora in bobina metto del braided, poiché l'azione della canna stessa mi aiuterà a non perdere i pesci più grossi.

Alla prossima.

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