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Un inverno da ledgering

Di Sabino Civita

 

Un paio di anni orsono, durante una conversazione con un addetto ai lavori del mondo della pesca sportiva, mi son sentito dire che, dopotutto il ledgering era solo una pesca stagionale, invernale per la precisione, detto con l’intenzione di sottolineare che dedicarsi a questa tecnica fosse una sorta di “ripiego” dettato dal clima, come quando la trota è chiusa e allora si lascia il torrente e si va in laghetto perché altro non si può fare.

Non è vero, o almeno lo è nella misura in cui si deve affrontare il ledgering d’inverno con le accortezze e le particolarità che la stagione ci impone, così come si fa con qualunque altra tecnica di pesca – e, comunque, per amor di verità: il ledgering è una pesca per tutte le stagioni!

Iniziamo partendo dal basso: i finali.

 

 

Terminali

Parlare di terminali, nel ledgering come in molte altre tecniche di pesca al colpo, equivale ad innescare una miccia che può portare ad esplosioni incontrollate. Lungo, corto, filo spesso, sottile … si son giocate amicizie ventennali su polemiche simili. La prima e unica certezza che posso indicarvi è questa: se pensate di pescare con, ad esempio, 70 cm di finale, fatelo di 90. Ad accorciare c’è sempre tempo, ad allungare bisogna rifare tutto.

Normalmente con 60/70 cm di terminale si può pescare un po’ dappertutto, un po’ tutti i pesci con quasi tutti i diametri di filo (escludendo il ledgering col method, dove 20-25 cm ritengo sia la lunghezza massima da utilizzare). Molte volte però la differenza la fa pescare lungo, spesso molto lungo, anche oltre il metro. In spot molto battuti può fare la differenza, quasi che (e non è detto che no sia così) la vicinanza del feeder con l’amo innescato insospettisca il pesce, soprattutto cavedani, pighi e barbi nostrani, quei pochi che rimangono. Certo è che, se si pesca con lunghi finali di monofilo abbastanza sottile, diciamo sotto lo 0,14 – per non parlare dello 0,10 – con ami piccoli e innescati magari con un solo bigattino, il rischio di fare un bel groviglio di filo ad ogni lancio è molto alto. Il metodo che normalmente uso per diminuire il rischio di grovigli del finale consiste in una specie di terminale da fly fishing. Monto l’amo su un monofilo dello 0,12 e voglio il terminale lungo 80 centimetri? Lego l’amo su 45/50 cm di 0.12, poi, attraverso un’asolina, collego il terminale con l’amo ad uno spezzone di 0.14-0.16 lungo anch’esso 45-50 cm. Tra asole e legature, il terminale verrà più o meno della lunghezza desiderata, e la maggiore rigidità del nylon più spesso aiuterà a scongiurare molti problemi di garbugli, tenendo più lontano da feeder, girelle e ammennicoli vari in cui possa aggrovigliarsi, il finale vero e proprio. Altra piccola accortezza antigroviglio per terminali sottili, che ormai uso sempre, e che mutuo pari pari da alcuni rigs da carp fishing, è l’uso di tubicini in silicone, nero, verde o trasparente. Lunghi 10-15 cm, di diametro adatto ad essere infilati nella girella a cui assicuro il finale, fanno da antitangle in maniera quasi perfetta. Tuttavia nulla come l’esperienza e la frequentazione del fiume può dettare e migliori regole per adattare la nostra montatura al finale più adeguato. In caso di mancata risposta del pesce, forse è proprio il terminale (o il feeder di peso non adeguato) che può cambiare un cappotto in una giornata di pesca soddisfacente – ma queste sono cose che non si insegnano facilmente: si imparano andando a pesca il più spesso possibile, e se anche dopo tutte le prove possibili nessun pinnuto risponde all’appello, pensatela come Hemingway: meglio una brutta giornata di pesca che una bella giornata di lavoro.

 

 

Io non amo molto “pescare sottile”, microfili da 0,08 e amini del 24 non fanno per il mio modo di intendere il ledgering (e quindi divertirmi pescando a ledgering), ma è indubbio che col freddo, quando anche l’acqua dei fondali più profondi ha ceduto il suo calore ai rigori stagionali, per vincere l’apatia dei pesci disposti ad abboccare, di qualche centesimo bisogna scendere nel diametro dei finali. Personalmente in fiume non uso mai nylon inferiori allo 0,12, cedendo raramente alle lusinghe di uno 0,11 e quasi esclusivamente in canali o lenti torrenti del piano, corsi d’acqua molto piccoli in cui insidio cavedani, piccoli barbi, gardon e altro pesce bianco. Alla scelta dell’amo riservo però molta più attenzione. La presentazione dell’esca è, in inverno, ancor più cruciale che nelle stagioni miti, il peso dell’amo e la sua grandezza devono consentire all’esca sull’amo di somigliare e di muoversi nell’acqua esattamente come quelle usate in pastura.

Il bigattino, dicevamo, è senz’altro l’esca principe in inverno, la “ciccia”, ricca di proteine, che sotto forma di larva è conosciuta e gradita a ogni pesce, e quelli appuntati all’amo devono presentarsi in modo da non suscitare sospetto anche sul più smaliziato dei cavedani. Quindi diminuire la misura dell’amo, riducendo così la “zavorra” che l’esca deve portarsi appresso, è una buona norma. Anche se non scendo mai sotto la misura 20, scelgo i miei ami fra varie tipologie, e pur senza rinunciare ad un minimo di robustezza, in inverno un amo dal filo sottile e leggero è senz’altro un’arma in più.

 

 

Altro trucchetto è quello di far “bere” i bigattini, sino a renderli galleggianti, di modo che annullino il peso dell’amo. Farlo è piuttosto semplice, è sufficiente mettere una manciatina di larve in una scatola da esche ricoprendoli con un velo d’acqua, senza farli “annegare”. Dopo qualche minuto si scelgono i bigattini che galleggiano, e sarà con quelli che innescheremo l’amo. Con un paio di bigattini “ubriach” bilancerà perfettamente un amo dl 18.

 

Feeder e spot

Pescando prevalentemente a bigattini, l’oval blockend, o comunque un feeder chiuso, scelto nella grammatura adeguata, mai troppo pesante, bilanciato alla corrente in cui peschiamo, sarà il nostro pasturatore invernale più usato. Un inconveniente fra i più ricorrenti nella stagione fredda riguarda la poca vivacità delle esche. In una giornata sotto zero, chiusi in un feeder scagliato nell’acqua gelida, se la corrente non è proprio veloce, spesso i bigattini non sono così propensi a darsi da fare per fuoriuscire dal pasturatore, vanificando in parte la nostra azione di pesca a ledgering. Fra i rimedi da mettere in atto, prima di tutto quello di tenere quanto più possibile le esche al caldo, lasciando in borsa il grosso dei bigattini e prelevandone alla bisogna una “modica quantità” da tenere nella scatola portaesche accanto a noi.

 

 

Molti feeder hanno fori spesso un po’ piccoli, che durante la stagione calda non sono un problema per gli scondinzolanti cagnotti di luglio, ma d’inverno… Allargare i fori del feeder con una forbice o una qualunque lama agevola ai bigattini il loro compito di finire in bocca alle nostre prede. Anche il caricamento del pasturatore deve essere fatto senza pressare allo spasimo il contenuto, creando un “blocco” di larve, lasciando invece ai bigattini lo spazio per muoversi e alla corrente la possibilità di strapparli fuori dalla loro prigione di plastica.

Brevemente, un ultimo consiglio, che però è forse il più importante che posso darvi. Anche nell’inverno più gelido non mancano le belle giornate di sole, di quelle in cui i raggi riescono quasi a fare sentire un po’ di tepore. Bello andare a pesca allora, ma invece di andarci nel solito spot sul fiume di grande portata, col fondalone da cinque metri che di questo effimero calore non ha certo potuto beneficiare, recatevi a pesca nei piccoli corsi d’acqua, quelli larghi da qui a lì e profondi un metro e niente, con una leggera cannetta da tre metri e feeder da pochi grammi. Quelle acque in inverno inoltrato ci mettono poco a raffreddarsi, ma sono altrettanto veloci a prendere quel poco di calore che il sole concede in inverno durante le ore centrali della giornata, dando una buona ragione ai pesci per rimettersi in attività e di radunarsi un po’ più numerosi intorno ai nostri feeder.

 

 

Bloccato, ma anche scorrevole

Per il barbo invernale, la montatura fatta col powergum, da scegliere intorno alle 15 libbre, regala diversi vantaggi, primo fra tutti una decisa capacità antigroviglio, inoltre un buon effetto ammortizzante nel lancio di pasturatori pesanti, che stressa meno il tratto finale del filo di bobina, e per finire con una certa azione elastica nelle fasi conclusive del combattimento, cosa che risparmia al terminale qualche sollecitazione nel momento più difficile del recupero del barbo.

 

 

La sequenza di montaggio mostra un Powergum Rig che prevede il feeder bloccato, non scorrevole, con un effetto “bolt” dalla spiccata capacità autoferrante. Vi sono alcune varianti alla confezione di questa montatura, e le foto mostrano come piace confezionare un powergum a me personalmente, ma un particolare deve essere sempre ben eseguito: i nodi vanno doppiati, lubrificati e sempre molto ben tirati, pena spiacevoli sorprese, e nel rifilare gli eccessi di powergum, mai tagliare toppo vicino al nodo.

 

1) Dopo aver tagliato circa un metro di powergum, inserite una girella a circa 35-40 centimetri e, tenendo i due capi fra pollice e indice, girateli ognuno in senso inverso all’altro. Inizierà a formarsi una trecciolina che continuerete fino a che sia lunga 20-25 centimetri

2) Annodate con un nodo semplice doppiato (infilando due volte il powergum nell’asola del nodo) e tirate con forza. Poi, nel capo più corto infilate prima una perlina di gomma, successivamente un ledger-bead (perlina con moschettone)

3) Dopo aver fatto ancora intrecciare per un breve tratto il powergum, legatolo col solito nodo semplice doppiato, stingete molto bene e tagliate l’eccedenza avendo cura di lasciare sempre un millimetro o due di “baffo”

4) Coprite con una guaina in silicone il nodo fatto, così che non sia fonte di appiglio per eventuali garbugli, usando del normale tubicino per galleggianti (quello in foto), oppure del termorestrigente da scaldare col vapore o col phon

 

5) Al capo opposto legate una girella usando il nodo che comunemente adoperate per la bisogna (qui un Grinner, che raccomando, sempre tirando molto i capi e rifilando non troppo vicino al nodo. Precedentemente alla girella avrete infilato un pezzetto di guaina per ricoprire il nodo e parte della girella

 

6) Il Powergum rig terminato. Forse i primi tentativ, saranno poco riusciti. Non demordete e riprovate, una volta trovate “le giuste misure” questa montatura vi darà parecchie soddisfazioni. A proposito, l’idea del powergum rig non è mia, Mario Molinari mi ha insegnato come fare, io ho fatto qualche variante, sicuramente troverete le vostre

 

Per cavedani, savette e pighi: The Adjustable Rig

Io amo pescare spesso coi trecciati in bobina, ma il braided mal si presta a confezionare, sulla madre lenza, una qualunque montatura degna di questo nome. In più il solo trecciato, rigido nel senso di anelastico, è una jattura quando si usano finali in nylon relativamente sottili, soprattutto in corrente, per la troppa differenza strutturale tra i due materiali. Se non interpongo un vero e proprio shock leader lungo due volte la canna, molto spesso uso circa un metro di nylon dello 0,25 circa, scelto tra i più elastici che posseggo a fare da “ammortizzatore”, e su quello confeziono la montatura. Anche i Tapered Leader, spezzoni di nylon conici da tagliare alla lunghezza e al diametro desiderato, vanno benissimo per confezionarci l’Adjustable Rig. L’unico che conosca, espressamente dedicato al ledgering è il Global Tapered Leader Feeder di Mitchell.

 

 

Usando uno stopper da inglese-scorrevole, l’ Adjustable Rig mi consente di variare la distanza di scorrimento del feeder fino a portarla anche a zero, avendo, se voglio, una montatura con feeder bloccato. Il nylon di grosse dimensioni, proprio per la sua relativa “durezza” e linearità confronto al più sottile terminale, ha anche un effetto antigroviglio tutt’altro che sgradito. L’adjustable Rig, a differenza del Power Gum ha una presentazione molto più morbida e naturale, decisamente più indicata per cavedani, pighi e altri ciprinidi più sospettosi del barbo europeo. Come sempre: non abbiate timore di provare le vostre variazioni!

 

1) Il materiale occorrente per un  Adjustable rig: due perline in gomma, una girella, una girella con moschettone e la madrelenza o un tapered leader da legare al trecciato, se lo usate

2) Si infila lo stopper usando il cappio di ritegno, ovvero infilando la madrelenza o il leader legato al trecciato nel cappio dello stopper e tirando lo stopper steso sulla lenza

3) L'Adjustable Rig in assetto scorrevole...

4) ...spostando lo stopper, in assetto bloccato

 

Nodo Senza Nodo: se non c’è, non si rompe

Ho abbandonato da diversi anni i classici ami a paletta in favore di quelli a occhiello. Il motivo, principalmente, sta nella legatura, che il nodo-senza-nodo mi assicura decisamente più affidabile, eliminando di fatto un nodo nella parte più sollecitata di tutta la montatura. Non è semplicissimo fare un knotless-knot su un amino del 20, ma neppure impossibile. Per chi non l’avesse mai fatto, ecco otto passaggi per il nodo senza nodo.

1) Gli ami per il dressing di di pupe e shrimps sono perfetti : hanno un ardiglione minimo, sono appuntiti e non affilati e la loro forma non lascia quasi mai scampo, ottimi per il nodo-senza nodo

 2) Dopo aver tagliato uno spezzone di filo della lunghezza desiderata, infilarlo nell’occhiello dell’amo dall’interno verso l’esterno, come mostrato nella foto

3)Iniziare ad avvolgere il filo attorno all’amo, tenendo fermo tra indice e pollice l’altro capo  (li più corto) del filo, sul dorso dellamo

 cinque ai dieci avvolgimenti (a seconda della grandezza dell’amo e del diametro del filo, infilare il nylon nell’occhiello partendo dall’esterno dell’amo

 

 

 

 

Per quanto riguarda l'amo,i l carpfishing aveva i modelli giusti di amo con occhiello, ma con le misure non c’eravamo proprio, a meno di pescare con boilies e hair rig usando i pochi del numero 8 o 10 peraltro quasi introvabili nei negozi italiani. Per sopperire alla difficoltà di reperimento di questo tipo di ami per le mie esigenze di feeder fishing in generale, nelle misure diciamo dal 20 al 12, mi sono trovato a frugare nell’immenso parco ami dedicato al dressing di mosche e ninfe. L’amo di tipo “grub”, che si usa per costruire Shrimps (gamberetti) e Caddis pupa (stadio di pupa dei tricotteri) mi colpì quasi subito. Ricordavo un articolo di Charlie Vittiglio, su Pescare Carpfishing, che a proposito di uno shape (forma) molto simile al “grub” scriveva che era la più adatta ad esche innescate sul capello molto vicine all’amo. Tra di me pensai: “più vicino all’amo di un bigattino infilzato…”, e le prove sul campo mi hanno pienamente soddisfatto.

 

 

Generalmente gli ami da dressing per le mosche e le ninfe sono di ottima qualità, hanno punta acuminata e non affilata, microardiglione e sono reperibili in due misure di filo. In più, proprio per la loro forma e per l'assetto che prendono rispetto al terminale, questi ami grub sono micidiali nella capacità di trovare un appiglio sul quale infilarsi inesorabilmente. Per il barbo le misure ideali sono 16, 14 e 12, da innescare con 3-4 bigattini a fiocco, da scegliere con filo “heavy”.

 

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