|
|
![]() |
|
Stalking carps di Sabino Civita Sto leggendo il mio libro, che con una birra gelata è l’unica concessione al peso superfluo che mi son portato appresso, ma la mia è una lettura distratta. Ho già cambiato due spot, ho avuto su sette lanci almeno cinque timide abboccate, un singolo “bip” dell’avvisatore, probabilmente roba piccola, ho anche cambiato innesco, tre chicchi di mais con foam su un rig con un amo dell’otto in luogo della boilies Richworth Yellow Birdfood, poi una pellet CSL Nutrabaits, proprio per vedere se si trattasse di pesce di disturbo e se mi riusciva di prenderlo. Il mio obbiettivo invece sono le carpe, quelle che l’anno scorso, al culmine della frega, proprio qui avevo visto a galla, inseguirsi velocissime e indifferenti a tutto ciò che non fosse la riproduzione. Tante carpe, belle, di stock diversi, tra i cinque e i dieci chili, così erano i pesci che si erano rumorosamente manifestati quel giorno. Da allora mi ero ripromesso di farci qualche breve sessione di stalking, in quella lanca nel Parco del Ticino, dove la pesca è consentita solo da riva e con un’unica canna. Ed essendo Parco, impossibile e vietato arrivarci in macchina, venti-venticique minuti a scendere, qualcosa di più a risalire.
Adesso ho ancora la Richworth Yellow Birdfood su un amo Serie 1 Fox del 4, basta prove, voglio la carpa. Un altro singolo segnale dall’avvisatore tenuto a basso volume, lo swinger che si alza appena, poi silenzio, Ecchecavolo! Finisco la birra, metto il vuoto nello zaino insieme al libro e mi guardo intorno. Lo spot da canna in mano e calata del finale sottoriva, proprio poco prima dell’uscita della lanca in una sorta di torrentello, è impraticabile per la superficie completamente ricoperta da foglie e da depositi del fondo che, col caldo, sono venuti a galla ricoprendolo quasi completamente. Ho quindi dovuto dedicarmi fin da subito agli altri posti che, per tre volte nell’arco di una decina di giorni, avevo precedentemente preparato, con una ventina di boilies per spot, una manciata di pellets e del mais. Poca roba, più che altro la scusa per una passeggiata su una lanca meravigliosa, una prepasturazione da far sorridere, per la sua esiguità, qualunque carpista, ma per i miei scopi credo che basterà. Il sole comincia ad abbassarsi sulle cime degli alberi, non è il tramonto ma non ci vorrà molto, è da più di due ore che pesco, spostandomi da uno spot all’altro, cambiando montatura, innesco... Alzo il volume dell’avvisatore, mi assicuro che il materassino sia aperto e il guadino vicino alla canna, che non si sa mai, e vado a fare un giro a sinistra della mia postazione, verso la piazzolina da cui ho iniziato a pescare, tanto per vedere se laggiù, a una cinquantina di passi, si muove qualcosa. Mentre cammino sento un salto, un rumore d’acqua. Potrebbe essere un germano, o uno dei numerosi svassi che si tuffano. Mi sporgo tra la vegetazione per capire da dove sia venuto il rumore, vedo le onde circolari, aspetto per vedere se, poco distante, dovesse riemergere qualche uccello acquatico. Niente.
Arrivato allo spot mi accendo una sigaretta. Brutto vizio, che oltre a farti venire il cancro ti costringe a raccogliere mozziconi maleodoranti che sarebbe un delitto lasciare in un posto bello come questo. La particolare luce rende l’acqua uno specchio, e non si capisce più dove finisca la sponda e dove inizi la lanca, e all’improvviso un salto, proprio di fonte a me, sulla riva opposta, un lancio di non più di venticinque metri, forse anche meno. Rimango fermo, guardando l’acqua, vedo un puffer train, due, c’è movimento. Torno sui miei passi, afferro la canna, sradico i picchi e prendo il guadino e il materassino. Quando arrivo e lancio sono praticamente ancora sull’abbrivio, ho innescata una boilies da venti affondante su un semplice hair rig in nylon dello 0,40, appoggio per terra la canna col baitrunner aperto, pianto silenziosamente i picchi, poso la canna sull’avvisatore e metto lo swinger, cercando di essere il più silenzioso possibile. Torno alla vecchia posta per riprendere lo zaino con le esche e la digitale, e sulla via del ritorno telefono a Teo, il mio socio storico delle sessioni da stalker. Proprio mentre gli sto dicendo che cazzo, dopo tre ore non è partito proprio nulla, il vecchio ma sempre buono Ultron X5 comincia a urlare il suo segnale nel silenzio circostante. “È partita! È partita!!” urlo al cellulare e chiudo in faccia a Matteo, correndo come un pazzo verso la canna, arrivo con lo Shimano che sbobina spire su spire dal baitrunner gracidante e io che penso “Non sotto quel tronco, non sotto quel tronco, non sotto quel tronco ...” stramaledicendomi perché, porca vacca lì dov’era lo zaino stava benissimo e cosa mi è venuto in mente di lasciare la canna incustodita.
Prendo la canna, giro la manovella, il baitrunner si chiude e meno una decisa ma non violenta ferrata di assestamento. Il filo teso mi mostra che il pesce è in una zona pericolosa, proprio dalle parti di quella robinia caduta in acqua, ma sono fortunato, perché al recupero mi segue, puntando fuori, a destra dell’ostacolo. La canna, corta, da 9’6” in previsione di un quello spot infrascato in cui poi non ho pescato, risponde bene, è rigida e potente ma si piega con una bellissima curva, le dimensioni del terminale mi consentono di forzare, ma con giudizio, ovviando alla lunghezza ridotta della canna, quando il pesce mi è abbastanza sotto mi chino a raccogliere il guadino, la carpa, una specchi, scoda sotto il pelo dell’acqua, formando un ombrello di spruzzi, ancora poco ed è mia. Sto slamando il mio primo pesce preso in un posto, per me, vergine di catture, immerso in un bosco di pioppi e robinie. La carpa è docile sul materassino bagnato, sarà attorno ai dieci chili ma chissenefrega del peso. È bellissima, l’ho presa come volevo, dove volevo, e quando la vedo andar via lenta, con sussiegosi colpi di coda, fino a scomparire nell’acqua verde, mi sento bene, con l’anima vuota e lucida come una pentola nuova. Un martin pescatore saetta via da un ramo, lo guardo volare a pelo d’acqua e per un attimo capisco come si sente lui.
(S)talkin’ Heads To stalk: inseguire furtivamente (la selvaggina) - dal Dizionario inglese Garzanti.
Niente di nuovo sul fronte occidentale, o meglio tutto nuovo. Uno “stalker”, soprattutto per quanto riguarda la pesca della carpa, è un pescatore che in fondo fa cose che da sempre molti pescatori (ma forse non così tanti ...) hanno fatto. Inseguire un pesce, uno spot promettente, possibilmente difficile e selvaggio, spesso bellissimo e solitario, forse non la cattura dal peso che gi dia il record del mondo, ma che gli garantisca un senso di possesso dell’ambiente, una solitaria ricerca di una sfida sempre nuova, tutta personale, per nulla inserita negli schemi. Il moderno carpfishing è ovviamente un riferimento che, oggi come oggi, è impossibile da evitare, sarebbe sciocco e controproducente, dopotutto un pescatore è e rimarrà un tizio che prende dei pesci, e soluzioni come la boilie, l’hair rig, insieme al rispetto e la sicurezza della vita delle prede, rimangono punti fermi e irrinuciabili. Tuttavia il carpfishing prevede soluzioni e tattiche che non consentono al pescatore di carpe il dinamismo proprio di uno “stalker”, la possibilità di cambiare silenziosamente e velocemente spot e sistema di pesca, e di fare questo, molte volte, in un’unica sessione di pesca dalla durata relativamente breve. E parlo di ore, non di giorni, che è l’unità di misura del tempo media per una sessione di carpfishing efficace e produttiva. Lo stalker insegue il pesce, fa pasturazioni brevi e mirate, cerca di pescare con una sola canna, a fondo o a galla, e laddove nessun altro normalmente lo fa, soprattutto se costretto, come capita normalmente ad un carpista, a portarsi appresso rod pod, tre (o più) canne con relativi mulinelli, decine di chili di esche, tenda, lettino, vettovaglie ...
Lo stalker viaggia leggero, una sola canna, poche esche, ma soprattutto una mentalità un po’ differente. Perché lo stalking, più che una tecnica, è un atteggiamento, una mentalità di pesca, appunto, più che un insieme di strategie ed attrezzature. È quel quid che porta il pescatore ad abbandonare il piombo e la boilies, o il mais, se è il caso, per insidiare con del pane in cassetta la carpa che ha appena visto a galla. Oppure quel “sesto senso” che gli fa raccogliere zaino e attrezzatura e spostarsi di cento metri per provare proprio lì, sotto quell’albero, dove l’acqua si era inequivocabilmente increspata, avvicinandosi lentamente e invisibilmente, appoggiando con delicatezza la propria esca per prendere proprio quella carpa lì. Niente di nuovo, dicevo, ed infatti lo stalking non è nuovo, soprattutto per i pescatori d’oltremanica. Ciò che è nuovo, e soprattutto per noi italiani, è la possibilità di farlo metodicamente, avendo l’atteggiamento giusto, quello dello stalker. Non si tratta più di inseguire il sogno di una carpa da venti o trenta chili dopo giorni di bivvy e quintali di pasturazione; preso in luoghi poco frequentati, o semplicemente inusuali, anche un pesce di “soli” otto o nove chili, preso con attrezzatura adeguata vi darà una soddisfazione immensa.
[Home][Attrezzatura][Tecnica][Barbel Fishing][Stalker's Corner][Spigolature][Links][Downloads][Staff]
|